Luigi Oggiano e “La Base Morale”

(23 maggio 2025, Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Luigi Oggiano” – Giornata della Legalità)
Riflettere sulla figura di Oggiano in una giornata dedicata alla legalità significa, primariamente, porre in risalto il valore esemplare di un’intera esistenza. Ancor più dei suoi scritti, è la condotta vitale di Oggiano, nel suo dispiegarsi decennale, a costituire un paradigma ideale e un riferimento di stringente attualità. Sotto altro profilo, preziosi elementi di analisi ci giungono dal suo esiguo corpus letterario e, in particolar modo, dai suoi interventi parlamentari. Oggiano ¬ con una sottile e umile allusione all’amico Emilio Lussu ¬ amava definirsi “non uno scrittore”. Condusse un’esistenza improntata alla riservatezza; tuttavia, in virtù del suo equilibrio e dello spessore delle sue relazioni congressuali, fu costantemente designato dal proprio partito per farsi interprete di istanze moderate, curando interventi che necessitassero di coesione e di sintesi, riscuotendo puntualmente un consenso unanime. Egli era consapevole che le divergenze faziose avrebbero potuto lacerare e paralizzare l’azione politica, la quale esige, al contrario, unità e solidarietà d’intenti.

Il dipinto di Salvatore Russo, situato nell’atrio dell’Istituto che ne onora il nome, racchiude la sintesi di una parabola biografica e di un pensiero politico-ideale. Oggiano vi è raffigurato nelle stagioni della giovinezza e dell’età adulta, con il vessillo sardo a fare da perno; risalta, in posizione centrale, il concetto di Autonomia iscritto nel fregio inferiore. L’autonomia è intesa come esercizio di intelligenza, consapevolezza dei diritti e ossequio dei doveri: risiede certamente qui la chiave di volta per comprendere l’accezione di legalità e di autogoverno in cui Oggiano si è riconosciuto, in una dimensione che saldava indissolubilmente la sfera politica a quella personale. Il concetto di autonomia, sebbene mediato dai primi ideologi del sardismo (Pilia, Orano, Bellieni), vanta illustri precursori nel Risorgimento italiano — da Cattaneo a Mazzini — sino a giungere a Tuveri e Asproni. Tale visione si articola attraverso l’idea di uno Stato federale, democratico e repubblicano, valorizzando il ruolo degli enti locali, segnatamente dei Comuni, ove era necessario amministrare secondo criteri di equità e con un profondo senso di giustizia verso la cittadinanza. La carenza di tali principi avrebbe ineluttabilmente generato diffidenza verso le istituzioni; viceversa, da una corretta ed equa amministrazione poteva scaturire un senso di giustizia diffuso e, dunque, il rispetto della legalità, intesa anche come riconoscimento dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. L’autonomia era concepita come una responsabilità corale di singoli e istituzioni, entro uno Stato dalla struttura federale complessa, in cui la Sardegna godesse di uno Statuto dotato di prerogative ben più ampie rispetto a quello approvato nel secondo dopoguerra. Si trattava di una conquista intellettuale del pensiero sardista e autonomista, condivisa non solo da Camillo Bellieni, Francesco Fancello e Titino Melis, ma anche da Emilio Lussu e Pietro Mastino.

Sotto un differente aspetto, l’intera esistenza di Oggiano è imperniata sull’esaltazione e sul rispetto della norma, come testimonia il suo costante ricorso ai codici durante l’attività forense, condotta fianco a fianco con i giovani discenti ai quali raccomandava di rifuggire ogni fatuo spreco (Garippa, 2017). In una celebre intervista concessa ad Antonello Satta (1974), Oggiano dichiarava di essere considerato un “uomo d’ordine”, da intendersi come uomo delle istituzioni, deferente verso le regole e il diritto. In tal senso, egli nutriva una fede incrollabile nello Stato di diritto: una Repubblica democratica e garantista, fondata sulla tripartizione dei poteri e retta da un armonico equilibrio tra gli organi costituzionali — condizione sine qua non della convivenza civile. Senza una siffatta idea di Stato non vi sarebbe stato spazio per l’osservanza delle regole, alimentando, per contro, la diffidenza e la deriva verso l’illegalità. La sfiducia verso la cosa pubblica poteva originarsi anche dalla promulgazione di leggi carenti di chiarezza o di difficile applicazione. Parimenti, Oggiano stigmatizzava come illegale il processo sommario, privo di garanzie, rivendicando il diritto preventivo alla difesa: egli era, nel senso più moderno del termine, un garantista, convinto che a ogni individuo dovesse essere assicurata la tutela legale e il rigore dell’istruttoria processuale.
Oggiano si dichiarava inoltre “avverso alla demagogia” e a ogni distorsione della democrazia, quali il populismo, la retorica vacua e l’autopromozione fine a se stessa. Secondo il giurista, l’uomo di governo deve affrontare le problematiche sociali attraverso lo studio e l’analisi meticolosa, evidenziandone i multiformi risvolti e, soprattutto, delineando una visione politica nitida, sostenuta da una profonda “base morale”. Tale concetto richiama, con accenti analoghi, la “questione morale” sollevata da Enrico Berlinguer negli anni Settanta dinanzi al degrado dei partiti. Per Oggiano, la base morale costituiva il prisma necessario per osservare i problemi politici: all’approccio tecnico-giuridico ed economico-finanziario doveva necessariamente affiancarsi l’attitudine etica del politico. Quest’ultima agiva come principio orientativo, come nel caso delle pensioni di guerra per i mutilati e i reduci, per i quali garantire un sussidio dignitoso rappresentava, ancor prima che un onere economico, un “imperativo morale”.

In questo, Oggiano è stato un paradigma di legalità ed equilibrio. Egli intese l’avvocatura non come strumento di realizzazione personale o occasione di consorterie clientelari, bensì come un magistero da esercitare con rigore etico. Questa “base morale” doveva informare parimenti l’agire politico. L’attività professionale condotta nel Foro di Nuoro e presso le preture della provincia era un tutt’uno con l’impegno civile: entrambe erano tese al fine ultimo dell’elevazione sociale del popolo sardo. L’azione politica doveva volgersi alla risoluzione dei bisogni collettivi: dai trasporti all’efficienza dei tribunali, dall’istruzione allo sviluppo agricolo e industriale, in linea con le regioni più avanzate del Paese.
La legalità si declinava, infine, nel rispetto delle persone e delle loro peculiarità culturali. Oggiano comprese che la devianza e la delinquenza non traevano origine da fattori genetici o razziali (secondo le teorie di Niceforo o Orano), ma germinavano dall’ingiustizia sociale e dalle carenze di uno Stato poco sollecito verso i bisogni primari. Insieme agli illustri giuristi del Foro nuorese, il Senatore comprese che il mondo agropastorale sardo possedeva una propria, secolare, concezione della giustizia, come sarebbe stato successivamente teorizzato da Antonio Pigliaru (1959).

Legalità significava rivendicare il diritto a una pensione da reduce, ma anche avere la coerenza di “restituirla al mittente” qualora si fosse prestato un servizio pubblico temporaneo, come il mandato parlamentare. Giustizia e legalità erano valori tangibili, manifestati quotidianamente nel suo studio di Via Dante a Nuoro, dove spesso patrocinava cause gratuitamente o con “parcelle minime”, giungendo a sostenere le spese di viaggio dei propri assistiti. Da questa medesima esigenza di legalità scaturiva il profondo interesse per il comparto agricolo della Baronia e del Nuorese: promuovere lo sviluppo di territori svantaggiati significava studiarne le criticità e diffondere nuove competenze per il riscatto sociale.
Questi tratti costituiscono, ancora oggi, l’insegnamento più fecondo e il messaggio quanto mai attuale dell’uomo a cui è intitolato questo Istituto. Egli diffidava della demagogia, dei radicalismi ideologici e del “frastuono delle parole”. Al centro del suo universo intellettuale vi era la Sardegna: un mondo di umili che, dopo secoli di ingiustizia, rivendicava il proprio riscatto storico; un mondo che Oggiano aveva conosciuto sin dall’infanzia e che aveva continuato a percorrere, con dedizione solitaria, tra l’impegno politico e l’alto magistero professionale.
Antonello Pipere