Elfie Pertramer in Sardegna

Elfie Pertramer in Sardegna

PATRIZIA LEDDA

Negli anni Settanta, un’artista tedesca all’apice del successo decide di trasferirsi in Sardegna  alla ricerca di sé stessa. Lontana dal mondo dello spettacolo e come una qualunque  donna di mezza età sperimenterà  sull’isola una nuova esistenza, quella della semisconosciuta Elfie.

Elfie Pertramer, all’anagrafe Elfriede Bernreuther, nasce il 18 novembre 1924 a Monaco di Baviera da una famiglia di artisti della medio-alta borghesia locale.

Artista vitale e poliedrica, cantante e cabarettista, passa nel dopoguerra, in breve tempo, dalle pellicole popolari che la vedono recitare al fianco di importanti interpreti della commedia tedesca, quali Heinz Rühmann, Heinz Erhardt o Hans Moser, all’impegno nella sceneggiatura, regia e presentazione di trasmissioni sul Bayerische Rundfunk degli anni Sessanta, nonché a rivestire il ruolo di protagonista di serie televisive di grande impatto quale S’Fensterl zum Hof.  Con l’andare del tempo si afferma come interprete, sceneggiatrice e anche regista. Si dedica in modo particolare a reportage e a viaggi, conducendo una vita intensa, in cui seppur acclamata come una vedette degli anni Sessanta, nonostante le numerose relazioni, non ha  però fortuna in ambito sentimentale.

 

Agli inizi degli anni Settanta, in seguito ad una sfiorata tragedia familiare,  si ritira momentaneamente dalle scene. Si rifugia in Sardegna presso un artista conosciuto casualmente, un ceramista-scultore di nome Francesco (1940-2007), membro di una famiglia di artigiani di lunga tradizione, i Deiana di Siniscola, che accolgono la Pertramer come loro membro effettivo. È nel seno di questa famiglia che l’attrice cercò di risolvere i propri conflitti interiori fino a maturare un percorso di sconcertante crescita spirituale.

Alla ricerca dell’equilibrio che inizialmente tarda ad arrivare, la Pertramer trascorre dieci anni all’estero, di cui diversi sull’isola, quindi si trasferisce in Umbria e infine a Roma. Inizia un percorso religioso tra fede e misticismo che la portano a viaggiare anche nell’Asia Orientale e Meridionale alla ricerca di un senso della vita. Contemporaneamente riprende a lavorare per la televisione con documentari, spesso di viaggio, e con registrazioni per la radio.

La ricerca interiore la portano ad interrogarsi sul proprio io, sul suo ruolo, con un approccio sempre più mistico, fatto di un sincretismo religioso in cui si fondono cristianesimo e buddismo e che la condurranno sino all’India e al Tibet, per fare però alla fine nuovamente ritorno a Monaco. Qui ripreso definitivamente il suo ruolo nel mondo dello spettacolo, lavora ancora per emittenti radiofoniche e televisive, sia come  sceneggiatrice che come regista, mettendo a frutto le esperienze maturate con documentari e reportage di elevato spessore. Trascorre gli ultimi anni, prettamente in solitudine e in costante preghiera avendo ritrovato nella fede la sua ragione di vita. Muore il 16 novembre 2011 nella sua città natale.

Di lei, oltre alla filmografia disponibile in rete, rimane oggi un fondo artistico non indifferente. Lascia anche due libri, Die magische Insel  e Über Gott und die Welt, finora non tradotti in italiano e pubblicati dall’attrice-regista rispettivamente nel 1978 e nel 1981, che permettono, in parte, di ricostruire la sua esperienza di vita in Sardegna. Il primo testo, Die magische Insel, da tradursi come L’isola magica, è costituito da una raccolta composita, a metà tra autobiografia e racconti di fantasia. Ne fanno parte una dedica, una riflessione personale e i  capitoli:  Manneddu, Pasqua, Zia Coglioni e Der Schuster und sein Schiff  (Il calzolaio e la sua barca).

 

Nel secondo libro, Über Gott und die Welt, (“Di tutto e di più” o “Dio e il mondo”), pubblicato tre anni dopo, l’autrice ripercorre la sua infanzia e adolescenza a Monaco, inserendovi però ancora altri importanti riferimenti tratti dalla sua vita successiva, da adulta, sull’isola sarda.

Tra il materiale ispirato o dedicato alla Sardegna è doveroso ricordare alcuni importanti documentari, sotto la diretta regia della Pertramer, quali Die Herrgottsapotheke, sulle misteriose capacità curative della natura e la capacità di saperle proficuamente adoperare, Die Seele der Sarden sull’anima dei sardi, e infine il documentario Eleonora  d’Arborea, spesso con la partecipazione di amici e comparse del luogo. L’Eleonora  d’Arborea  in particolare,  fu il frutto di una ricerca spasmodica e di un’attenzione che per l’artista andò al di là del semplice interesse storico per rivelare una serie di affinità che l’avvicinavano alla figura della giudicessa su un piano non sempre del tutto razionale.

Nei due testi, la Sardegna è talvolta presentata sotto forna di una descrizione documentaria, intervallata da riflessioni personali e da lunghe, sottintese,  pause tra frase e frase, come a voler quasi dar tempo al lettore per visualizzare quanto descritto, mentre parla di  sé in terza persona.

Frasi brevi per creare intensità e suggestione, per evidenziare la magia preannunciata dal titolo del libro. Ne è un esempio la scoperta dell’isola assieme a Francesco Deiana:

«A grandi falcate ne percorre con lui il mondo. Impressioni mozzafiato la incatenano al territorio mentre si chiede da dove lui abbia avuto tutte le conoscenze archeologiche, come faccia a sapere tutto di ogni epoca e di ogni costruzione. Per mesi viaggiano per l’isola, accendono il fuoco nelle grotte e dormono dentro ai nuraghi, quelle possenti torri di pietra d’epoca preistorica. Sembra che nessuno lo abbia  mai seguito con tanto entusiasmo. Cocci di ceramica di più di duemila anni fa giacciono sparsi nei campi, non occorre cercarli  solo piegarsi per trovarli. Diventa una vera e propria lezione il modo in cui le insegna a distinguere ciò che è punico da ciò che è romano. In lui dimora il talento per l’artigianato più antico del mondo. Anche i suoi quattro fratelli siedono con i grembiuli bagnati di argilla ai loro torni e girano. Uno vicino all’altro  in una stretta e buia costruzione, una bassa rimessa vecchia di secoli attorniata da un cortile. Là si accatasta una quantità di merce da vendere, tutti insieme, ai turisti. Gli affari vanno molto bene, ci  mantengono le famiglie e costruiscono una casa.

Anche lei vive in una casa simile. Ma è di un tipo diverso. [È la villa della Caletta, nel Villaggio Milano, n.d.t.]. Evidentemente ha un altro scopo rispetto a quelle dei fratelli per i quali devono costituire lo spazio di vita della famiglia. La casa di Francesco ha lo stile di una villa pretenziosa, a quanto pare fatta per le sue feste. Dalla porta, perennemente aperta, entrano in continuazione amici. Vive il contrario di ciò che cerca, la pace e il  ritiro, per poter lavorare ad un libro».

Ciononostante, trova ciò che cerca, mediato dalla quiete e dalla bellezza della natura che spesso fa capolino  nei suoi racconti, come in una descrizione che fa da sfondo alle vicenda di Pasqua ambientata nel Mont’Albo:

“Le giornate sono brevi ma ancora calde, mentre la notte attira molta umidità. Tutti i cespugli portano frutto abbondante. I gigli vicino al mare hanno abbassato le corolle mature,   e dai loro baccelli aperti  cade una quantità di semi sulla sabbia.  Un mare nero di luminosi dadi esagonali. Tutt’intorno stanno i cespugli del corbezzolo e fitte, in alto, le sfere rosso arancioni. In mezzo fiorisce, e contemporaneamente da frutto,  il mirto. Una parte dei suoi resistenti rami è attorniato da delicati fiori bianchi, un altro porta già stoppose bacche blu. È il tempo della raccolta dell’abbondanza. Anche le capre sono gravide e vanno in giro in maniera più attenta del solito”. 

Il paesaggio  è a tratti idilliaco ad evocare la ricchezza e l’abbondanza della natura.

Il mondo che le si dipana è però diverso da quello finora conosciuto e, ben presto, il viaggio da fisico diventa per lei interiore. La Sardegna è sì diversa, ma anche misteriosa, a tratti irrazionale. L’autrice percepisce l’esistenza di una voce altra che si affianca a quella dell’intelletto: l’”io superiore”, da lei inteso quale voce ancora percepibile in Sardegna perché terra non ancora scalfita dall’intelletto e quindi ancora imperante in una realtà che preservava l’esistenza simbiotica tra uomo e natura, tanto da poter permettere manifestazioni straordinarie come il soprannaturale, osserva infatti: «In generale il dono del sesto senso è più diffuso tra le persone semplici che nel cosiddetto ceto colto. Io stessa ho vissuto per molti anni in Sardegna, dove presso le precedenti generazioni prevale ancora l’analfabetismo. Presso questo popolo arcaico ci si imbatte ancora nella capacità di saper dominare certe forze naturali», «In ogni paese ci sono maghe e veggenti».

Determinante sarà a tal proposito la figura di Domenico Deiana, detto “Manneddu”  che l’accompagnerà per lunghi tratti del suo viaggio spirituale.

Dall’anziano, l’autrice, sembra assorbire la saggezza acquisita dall’uomo nel corso della sua intera esistenza, «spesso sedevo in silenzio con lui vicino al fuoco. Mi istruiva – senza parole». A lui, figura tradizionale in un mondo in bilico tra passato e presente, come si conviene ad un ultimo esponenete del mito sardo, attribuisce un’origine di grande sacralità che a distanza di millenni è ancora percepibile nei gesti e nelle parole dell’anziano:  

 “Dai Manu, a loro volta, deriverebbero i Manneddu, i nonni.

Non in ognuno di loro si conserva ancora lo spirito del grande Manu, ma in un paese di pescatori, là, vicino al mare, ve ne siede uno su di  una cesta capovolta. A volte siede anche su di una pietra o su di una sedia ma in genere sta su di una cesta. È il capostipite di un clan composto da centoottantadue persone. Ha cinque figlie e sette figli e questi, nel corso dei decenni, si sono moltiplicati per un gran numero di anime. Se però ora si voglia credere che l’anziano si perda tra cotanti nomi e volti, ci si sbaglierebbe di grosso. Persino del più piccolo dei trisnipoti conosce l’appartenenza e la linea di discendenza.

Il piccolo Carlo sta là, a bocca aperta, e osserva il suo trisavolo fare giochi di prestigio.

Tra le dita rugose fa scivolare e saltare il suo bastone girandolo velocemente e in maniera tanto abile da non  riuscere a capire come faccia a non farlo cadere di mano.

Alcuni giorni fa, ha compiuto cent’anni.

Per tutta la vita ha indossato il costume dei pastori. I piedi sono avvolti in ghette bianche e dei logori stivali con dei lacci gli arrivano fino alle ginocchia.  L’intera figura non è più alta di un metro e venti e dalle anche in giù è coperta da un corto e nero gonnellino.

Il rosso corpetto a lacci lascia intravedere un corpo esile, apparentemente non adatto per la dura vita del pastore. Ben altre cose che non la forza muscolare hanno evidentemente favorito la sua età avanzata.

Una forza molto speciale, ad esempio, pare scaturire dalla sua benedizione. La gente del paese lo sa  e viene per farsi benedire da lui: “In nome de su babu de su izu e ispiritu santu chi nor die salute, pache e dinori. A totu cantos. De durare a metasa annos. Godende sa salute e allegria…”

A Manneddu dedica un intero capitolo. 

 

Bibliografia

Pertramer, E., Die Magische Insel,Süddeutscher Verlag, München, 1978.

Pertramer, E., Über Gott und die Welt, Süddeutscher Verlag, München, 1981.

Krafft, S., Bayerische Volksschausspieler, 12 Portrӓts von Sybille Krafft, Allitera Verlag, Buch & Media,München, 2013.

Pipere, A., Brocarios. Note per una storia della ceramica a Siniscola, Microsystem, Nepi, 2020.

Audiografia

Registrazione del colloquio intercorso con G. Manca e S. Deiana, nel pomeriggio del 3 dicembre 2022 in Siniscola.

Linkografia

https://www.br.de/mediathek/video/50-jahre-unter-unserem-himmel-1975-meine-ahnen-waren-maler-elfie-pertramer-blaettert-in-ihrem-familienarchiv-av:5c41abb0e1c0150018c0aa08

https://www.br.de/radio/bayern2/sendungen/bayerisches-feuilleton/elfie-pertramer-demmelhuber100.html

https://www.filmjournalisten.de/2020/02/29/lebenslinien-wie-ich-meine-mutter-ueberlebte-br-montag-2-maerz-22-00-uhr/

https://programm.ard.de/TV/Programm/Sender/?sendung=284874000643286

https://web.archive.org/web/20160916220428/http://www.mittelbayerische.de/bayern-nachrichten/eine-rebellin-mit-vielen-talenten-21705-art1232605.html

https://www.youtube.com/watch?v=k7Dt-KJcMGk

https://www.youtube.com/watch?v=M0jByMfMrgE

 

 

 

Una risposta.

  1. Fanny ha detto:

    Grazie per aver parlato di zia Elfie con cura e attenzione. Per aver speso parole
    Così belle e aver menzionato anche zio Francesco e bisnonno Domenico.

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